Il corpo inscatolato.

Il corpo inscatolato.
Luna, 21 luglio 1969.

 

Da un certo punto in poi – su una linea del tempo che ci piace immaginare sempre evolutiva – la selezione naturale darwiniana ha preso una piega insolita, per i corpi umani, rispetto a tutte le altre forme di vita. Non si può formulare questo concetto senza premesse. Secondo alcuni la specie umana si è allontanata dall’evoluzione, in modo patologico: l’autocoscienza è sopravvalutata, scrive Thomas Ligotti ne “La cospirazione contro la razza umana”. Secondo altri, l’essere umano è il punto culminante dell’evoluzione. Secondo altri ancora, siamo uno step: qualcosa è andato oltre, e questo oltre è indagato da chi studia la teoria dei meme (cfr. Richard Dawkins e poi Susan Blackmore), elementi culturali che si propagano, per imitazione, da un individuo all’altro. I meme possono assumere la forma di un’idea, di uno stile o di un comportamento, alle volte sono sistemi di valori, altre di abitudini o di memoria muscolare, si diffondono tramite le relazioni interpersonali o tramite i mezzi di comunicazione di massa. L’essere umano è definito, dalla Blackmore, la macchina dei meme.

 

I meme, così come i geni, hanno la capacità di replicarsi, mutare, ed essere soggetti a selezione naturale: ciascun essere umano è la loro dimora e il loro campo di battaglia, e i meme vincitori rimbalzano e contagiano altri esseri umani, oppure attendono in agguato, nei libri, nei film, nelle fotografie eccetera. In qualche modo ricordano i Loa del Voodoo, che cavalcano gli esseri umani per il tempo della loro breve esistenza, e si diffondono, come forme parassitarie immortali.

 

Se torniamo alla nostra specie, potendo plasmare la realtà circostante a nostra immagine e somiglianza: a che serve il pelo, se puoi avere una casa per ripararti dal freddo; a che servono gli artigli, se puoi usare una lancia. Si è tentati di semplificare: meno forza bruta, e più intelletto; salvo poi, sempre platonicamente scissi, dover mettere d’accordo cuore e cervello, se si ammette che odio e amore provengono dalla stessa matrice atavica profonda, ma questa è un’altra storia. Come se l’evoluzione avesse dichiarato, ad un certo punto: va bene, da adesso lascio fare a voi.

 

Tuttavia, nell’essere corpi animali, ci siamo portate dietro (meme che da secoli si diffondono, ci contagiano e che ci abitano) la brutalità, la violenza. Nascoste, sublimate, ma sempre lì: una modalità di esprimere il corpo non più necessaria alla lotta per la sopravvivenza. Che farne, ora che non c’è più un animale in agguato che vuole sbranarci? Allora uomo contro uomo, corpo contro corpo. Una migliora le armi per arrecare danno all’altra, l’altra migliora i metodi per difendersi e contrattaccare. Armi migliori, armature migliori. In situazioni che prevedono un reciproco riconoscimento, basta un abito e la consapevolezza che non ci verrà strappato di dosso, per trasmettere un messaggio ed essere percepiti socialmente.

 

Ma in guerra? Il nemico vorrà violare quell’abito, trapassarlo, ferire le carni che ne sono contenute. Allora servono tessuti che possano resistere anche a quel tipo di offesa. E fu cuoio, osso, bronzo, ferro, acciaio. Durante il basso medioevo all’usbergo – la maglia di metallo – vengono aggiunte piastre per difendere le zone più vulnerabili; si proteggono la testa, i gomiti e le ginocchia, cioè la volontà, e il luogo dove la volontà si esplica, si manifesta, le articolazioni. Le armature più costose possono essere acquistate solo dai nobili, i soldati semplici devono accontentarsi di piastra frontale ed elmo. Le armature complete proteggono da lame e colpi di moschetto; se non sono sparate a bruciapelo, le pallottole viaggiano a velocità ancora ridotte e una buona armatura può fermarle.

 

Di fronte ad un crostaceo impenetrabile, le armi si trasformano: l’essere umano, deinos (meraviglioso e terribile allo stesso tempo, cfr. la Pentesilea di Sofocle) progetta un altro modo per recare offesa: si passa dalle armi da taglio a quelle da concussione, mazze ferrate e martelli da guerra. Se l’armatura ti garantisce uno spazio sicuro che coincide pressapoco con il tuo corpo, lo riduco a colpi di martello finché ti risulta invivibile.

 

Nel 2018 alcuni corpi delle forze armate USA iniziano a fare uso dell’esoscheletro Talos (nella mitologia greca il nome di un gigante meccanico, di bronzo, a guardia dell’isola di Creta, quella del palazzo di Cnosso e del Minotauro), progetto al quale hanno lavorato compagnie private, laboratori finanziati dal Dipartimento della Difesa e istituzioni accademiche, costato circa cento milioni di dollari. Talos è composto da un elmetto dotato di visiera Head Up Display, che aggiunge allo sguardo di chi lo indossa informazioni supplementari rispetto all’ambiente circostante, in tempo reale, e che si scurisce per proteggere gli occhi dal sole o dall’abbagliamento improvviso di riflettori e bengala. Ha un impianto di refrigerazione e di riscaldamento; comunica ad un centro medico avanzato i parametri vitali di chi lo sta indossando.

 

L’esoscheletro, anch’esso con impianto di condizionamento, è composto da 800 parti in fibra di carbonio e titanio, con attuatori elettrici che simulano la muscolatura umana. Se attraverso i secoli ogni cultura si è confrontata con l’idea dell’automa, il robot, l’androide – e alcuno sospettano che sia per il terrore atavico di scoprire d’essere, a nostra volta, costrutti perfetti con l’illusione della volontà – questo è il primo storico connubio uomo-macchina: si diventa lo spirito che anima il meccanico, il ghost in the shell, il pilota del robottone giapponese, il feto nel ventre materno, protetto e nutrito, con l’aggiunta del controllo sull’entità ospitante. Da Mazinga fino a Neogenesis Evangelion, dove i robot sono entità a metà tra l’organico e l’inorganico, e instaurano con il loro pilota una relazione simbiotica profonda.

 

Se invece non sono i corpi di altri uomini la minaccia diretta, bensì le regole fisiche di questa parte di universo, si progettano ulteriori modelli di esoscheletro. Gli aviatori militari indossano la tuta anti-G, che gonfia automaticamente con aria compressa le sue sezioni (è la macchina a tener vivo il corpo, affinché il corpo possa continuare a muovere la macchina), così che sia esercitata una pressione sulla parte bassa del corpo e sulle gambe durante le manovre di volo soggette ad alti carichi di forza G; la pressione impedisce al sangue di essere spinto nelle parti periferiche del corpo, assicurando così che il cervello non ne venga privato, che la visione del pilota non si oscuri e che non perda conoscenza.

 

E ancora: fuori dall’atmosfera terrestre, da questo ventre blu composto per il 70% di acqua, per sopravvivere nel vuoto cosmico i corpi devono essere protetti dalla tecnologia più sofisticata, contro le radiazioni cosmiche infrarosse e ultraviolette, gli sbalzi di temperatura tra i -100 gradi e i 120 gradi; il vuoto esterno ha pressione nulla, quindi la tuta deve essere pressurizzata internamente, e l’astronauta deve effettuare un periodo nel cosiddetto airlock prima e dopo ogni attività extra veicolare, per evitare patologie da decompressione, respirando ossigeno per eliminare l’azoto presente nel corpo.

 

Una tuta spaziale è composta da 12 strati, ciascuno dei quali con una sua funzione specifica: termoregolazione, assorbimento della CO2 dovuta alla respirazione, pressurizzazione, protezione dalle micrometeoriti, ritenzione delle urine e delle feci, protezione dai raggi cosmici, tenuta stagna eccetera. Sono proprio le radiazioni cosmiche a trasformare gli astronauti del fumetto “I Fantastici Quattro” in esseri con poteri particolari.

 

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Armatura del tardo medioevo.

 


Modello di esoscheletro per potenziare le capacità di sollevamento pesi e la precisione degli operati che lo indossano.

 


I robot giapponesi Mazinga Z e Aphrodite.

 


Il modello Eva-01 di Neogenesis Evangelion.


La capsula che contiene il pilota dei modelli Eva di Neogenesis Evangelion, nel momento della sua estrazione in caso di emergenza. Cfr le analogie con il corpo conservato, il liquido amniotico e il parto.

 


I doppi piloti sincronizzati neuralmente per poter pilotare i robot di “Pacific Rim”.

 

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Altri percorsi.

 

OriHime-D
Il cameriere robot guidato da persone disabili.

“La start-up Ory, specializzata in robotica per disabili, ha creato OriHime-D, un robot alto 120 centimetri che può essere comandato a distanza da persone paralizzate e costrette a letto, come nel caso di persone affette dalla SLA (sclerosi laterale amiotrofica) o altre patologie fortemente invalidanti.

Prosegui qui la lettura.

 

Laura Cocciolillo
Avatar, empatia ed embodiment in corpi non-umani. ll superamento della dicotomia io/altro nelle esperienze in realtà virtuale.

“Come è possibile, da un punto di vista neuroscientifico, una tale immedesimazione in un corpo non nostro, e per di più virtuale? Il livello di embodiment, ovvero la sensazione che un corpo non sia solo un corpo, ma il nostro, può essere misurato sulla base di diversi indicatori, tra cui ha particolare rilevanza la body agency. Nell’ambito delle scienze cognitive, l’agency viene definita come la percezione di avere il controllo del proprio corpo, della propria esperienza soggettiva. L’agency si attiva con i movimenti e può rivelarsi disturbata, per esempio, nella sindrome della mano aliena,una patologia neurologica che determina l’indipendenza delle azioni della mano del paziente dalla sua volontà.”

Cfr. William Gibson, il romanzo Annihilation, dove è possibile abitare e controllare altri corpi costruiti artificialmente, e il precedente storico filmico, Avatar di James Cameron, 2009.

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Luca Giudici.
The Peripheral, o il tempo come strategia del dominio.

“Vedere un mondo in un granello di sabbia
E un cielo in un fiore selvatico
Ferma l’infinità nel palmo della mano
L’eternità in un’ora”
(Blake, 1984).

“Con queste parole Aelita, amante degli indovinelli e delle filastrocche, prima di essere interrotta e costretta alla fuga, sta quindi cercando di spiegare a Flynne il motivo per cui la sua mente è calata in un corpo artificiale, in una periferica, e di conseguenza quali sono il suo piano e il suo progetto.”

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Performance

 

Una performance lentissima.
Spille, acrilico blu, ritagli dal libro di poesie “Basta così” di W.Szymborska. Procedimento: le parole, ritagliate dalle poesie, vengono applicate alle spille. Ogni giorno viene indossata una spilla diversa. Stravolgimento dell’informazione, ovvero:
a) lenta, solo una parola al giorno
b) offline, fruibile solo di perona
c) frammentata, una singola parola alla volta
d) casuale, non localizzata, in movimento

 

Dispositivi e disposizioni.
Cellulare hackerato,
chiama in automatico all’infinito,
una ogni 5 secondi.
Serie: arte automatica.
Installazione, 2020.

 

Abitare luoghi anomali.
in bianco e nero
prima puntata.

 

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14 risposte a “Il corpo inscatolato.”

  1. […] paragonare il contagio diretto ad una trasmissione senza mediazione, calda, dei meme (cfr il corpo inscatolato): da corpo a corpo, per via aerea, immaginando l’aria come mezzo, quindi attraverso il […]

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  2. […] Il corpo inscatolato. […]

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  3. […] Nuove tecnologie chirurgiche: schermi, telecamere, braccia e mani meccaniche, cfr. il corpo inscatolato. […]

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  4. […] abominevole dei morti viventi per poi risalire dal basso fino a ristabilizzarsi alla vista di protesi che riproducono parti del corpo umano, al livello più alto ci sono le marionette giapponesi […]

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  5. […] / 1962 d.C. – Il corpo epidermico. / 1963 d.C. – Il corpo bruciante. / 1969 d.C. – Il corpo inscatolato. / 1972 d.C. – Il corpo senza organi. / 1996 d.C – Il corpo scalare. / 1999 d.C. – Il corpo […]

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  6. […] / 1962 d.C. – Il corpo epidermico. / 1963 d.C. – Il corpo bruciante. / 1969 d.C. – Il corpo inscatolato. / 1972 d.C. – Il corpo senza organi. / 1996 d.C – Il corpo scalare. / 1999 d.C. – Il corpo […]

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  7. […] Il corpo inscatolato. Luna, 21 luglio 1969. “Da un certo punto in poi – su una linea del tempo che ci piace immaginare sempre evolutiva – la selezione naturale darwiniana ha preso una piega insolita, per i corpi umani, rispetto a tutte le altre forme di vita. Non si può formulare questo concetto senza…” prosequi qui la lettura. […]

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  8. […] corpo disegnato. 1962 d.C. – Il corpo epidermico. 1963 d.C. – Il corpo bruciante. 1969 d.C. – Il corpo inscatolato. 1970 d.C. – Il corpo cittadino. 1972 d.C. – Il corpo senza organi. 1996 d.C – Il corpo […]

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  12. […] “Tuttavia, nell’essere corpi animali, ci siamo portate dietro (meme che da secoli si diffondono, ci contagiano e che ci abitano) la brutalità, la violenza. Nascoste, sublimate, ma sempre lì: una modalità di esprimere il corpo non più necessaria alla lotta per la sopravvivenza. Che farne, ora che non c’è più un animale in agguato che vuole sbranarci? Allora uomo contro uomo, corpo contro corpo. Una migliora le armi per arrecare danno all’altra, l’altra migliora i metodi per difendersi e contrattaccare. Armi migliori, armature migliori. In situazioni che prevedono un reciproco riconoscimento, basta un abito e la consapevolezza che non ci verrà strappato di dosso, per trasmettere un messaggio ed essere percepiti socialmente. Ma in guerra? Il nemico vorrà violare quell’abito, trapassarlo, ferire le carni che ne sono contenute. Allora servono tessuti che possano resistere anche a quel tipo di offesa. E fu cuoio, osso, bronzo, ferro, acciaio. Durante il basso medioevo all’usbergo – la maglia di metallo – vengono aggiunte piastre per difendere le zone più vulnerabili; si proteggono la testa, i gomiti e le ginocchia, cioè la volontà, e il luogo dove la volontà si esplica, si manifesta, le articolazioni. Le armature più costose possono essere acquistate solo dai nobili, i soldati semplici devono accontentarsi di piastra frontale ed elmo. Le armature complete proteggono da lame e colpi di moschetto; se non sono sparate a bruciapelo, le pallottole viaggiano a velocità ancora ridotte e una buona armatura può fermarle.” Da “Il corpo inscatolato”, corpi.blog […]

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