Il corpo certificato.

Il corpo certificato.
Mar Arabico, 2 maggio 2011.

Come scrive Ferdinando Scianna ne “Lo specchio vuoto”, l’ossessione di identificare il criminale attraverso la fotografia, nata come autodifesa, si è mutata in un’ansia generalizzata a tal punto che nelle società strutturate le persone devono circolare con un documento in tasca, la carta di identità. Alla piccola foto che vi è apposta si attribuisce il ruolo di certificare ciò che di più delicato ci appartiene, la nostra identità. Se un poliziotto ci ferma per un’infrazione, ci chiede la patente o la carta di identità, pretende che siamo noi ad assomigliare alla fotografia più che la fotografia assomigli a noi. Sembra una faccenda di ordine pubblico, ma ha una portata culturale enorme: significa che la nostra società, ad un certo momento della storia, ha deciso di delegare all’immagine e non più alla persona il concetto di identità.

 

Se i militari boliviani di Camiri avessero avuto una certa cultura figurativa, non avrebbero mai fotografato il cadavere di Ernesto Guevara come se fosse la deposizione del Cristo di Mantegna, producendo un’immagine che avrebbe fatto il giro del mondo, diventando una sorta di reliquia. Chi possiede il corpo di un martire ha le chiavi del potere, dichiarò il generale argentino a proposito di Evita Peron. Il corpo-reliquia incute timore: quello di Bin Laden è stato sepolto nell’oceano, in un luogo cioè che non potrà mai diventare meta di pellegrinaggi, oppure essere trafugato. Barak Obama non solo dispose che il cadavere venisse inabissato, ma anche che gli scatti dello stesso cadavere non fossero mostrati. Perché l’immagine può prendere il posto del corpo, sostituirsi ad esso. Ecco perché i Romani procedevano alla damnatio memoriae, nel caso dei personaggi di cui si voleva cancellare ogni traccia dalla storia: non dovevano sopravvivere nemmeno i monumenti e le raffigurazioni, non dovevano sedimentarsi nell’immaginario ambientale, spaziale, anche solo inconscio, delle persone.

 

Ed è anche per questo che il ritratto oppure l’autoritratto sono questioni complesse: non appena sappiamo di essere davanti ad un obbiettivo, proprio per il timore della sua obiettività, ci mettiamo in posa; cerchiamo di mascherarci da ciò che vorremmo che la nostra immagine sia, perché sappiamo che si sostituirà a noi in un altrove lontano dal nostro controllo. Come scriveva Roland Barthes, posando per un ritratto, io sono contemporaneamente quello che credo di essere, quello che vorrei si credesse che io sono, e quello che il fotografo crede che io sia.

 

Scrive Phillip Prodger: “Il ritrattista è un cercatore di verità, che porta alla luce qualità di cui il suo modello potrebbe persino essere inconsapevole, o che potrebbe voler nascondere. Un grande ritratto è un’esplorazione psicologica, un viaggio artistico nel cuore e nell’anima di una persona. E’ già abbastanza difficile conoscere un altro essere umano nella vita reale, ma trasmettere le complessità della personalità attraverso la fotografia è un’impresa da brividi. […] Quando la forza organica, fluida e non quantificabile dello spirito incontra l’oggetto immutabile della nitidezza fotografica fissato nel tempo, si crea una tensione inconciliabile. La minuscola frazione di vita che una macchina fotografica registra freddamente – quel momento dell’essere irripetibile e immutabile – è esattamente il motivo per cui la ritrattistica fotografica ha successo e dura nel tempo. Una fotografia è la sabbia nell’ostrica della comprensione, ma le perle che produce sono di rado chiare oppure ovvie; piuttosto, sono complesse, ponderabili, pluridimensionali e fugaci. Proprio come le persone.” (In “Face time: a history of the photographic portrait”, 2021 Thames & Hudson Ltd.)

 

 


Il video registrato dalle telecamere dei Marines che hanno fatto irruzione nel rifugio di Bin Laden, visto prima in diretta da Barak Obama, poi diffuso pubblicamente dopo aver venduto i diritti alla ABC, ma senza le parti con Osama Bin Laden né altre figure umane.

 


Due fake, diffusi in Rete, del cadavere di Osama Bin Laden.

 

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Altri percorsi.

 


“Secondo il sito Sideshow World, Olga Hess avrebbe continuato a replicare il suo show per tutto il ventesimo secolo, con un picco fra gli anni Settanta e gli Ottanta, fino a superare lo scoglio del millennio in una fugace apparizione nell’ambito della rassegna metallara Ozzfest 2002 (e chi se non il buon vecchio Ozzy poteva riesumare un simile personaggio?) e con una più recente dimostrazione all’Oktoberfest del 2014.
Ovviamente, la Olga Hess di oggi non è affatto una versione invecchiata di quella delle origini: molte “Olga” si sono avvicendate nel corso degli anni, moltiplicandosi fino all’inverosimile (già nel 1938, nella sola Blackwood, se ne contarono addirittura nove!). Anche i retroscena mutarono più volte nel corso degli anni, cercando di adattarsi alla moda del tempo: e così, l’incidente ferroviario mutò in incidente automobilistico (con coinvolgimento di mezzi pesanti) fino a arrivare, nel bel mezzo del putiferio di massa scatenato dalla pellicola cult di Steven Spielberg, alla mutilazione dovuta ai denti di uno squalo.” Prosegui qui la lettura.

 

Uta degli Askani di Ballenstedt.

Intorno alle metà del XIII secolo, all’interno della Cattedrale di Naumburg, in Germania, furono collocate le statue dei dodici fondatori e benefattori della chiesa. Una di queste sculture è Uta degli Askani, regina, moglie senza figli, sfuggita al rogo dopo aver subito un processo per stregoneria. In età romantica divenne uno dei simboli della bellezza germanica e icona delle virtù femminili. Nel novecento, sotto il nazismo, fu il prototipo della donna ariana. Nel secondo dopoguerra venne riprodotta sui francobolli tedeschi.

Nel 1934 Walt Disney sta per realizzare il suo primo lungometraggio, ispirato alla favola di Biancaneve dei Fratelli Grimm. Per il volto di Biancaneve si ispirò alla Betty Boop dei fumetti americani; per la figura della regina malvagia, invece, un suo disegnatore di origini tedesche gli suggerì di usare volto, corpo e vesti di Uta degli Askani. Per renderla più cattiva fu ritoccata la linea delle labbra ispirandosi a Joan Crawford, attrice americana di quegli anni. Uscito nel 1937, Biancaneve ebbe un successo mondiale ma non fu proiettato in Germania fino al 1950: i nazisti non apprezzarono che Uta fosse stata trasformata in una strega malvagia.

 

 

Lucia Graziano.
“La strega con le stigmata e il marchio del diavolo.
Il segno che qualificava la malefica come tale.”

“Variamente noto col nome di stigmata, witch’s mark o (soprattutto) devil’s mark, il marchio del diavolo era originariamente un elemento dall’aspetto anomalo che, se rinvenuto sul corpo dell’imputato, poteva fungere da ulteriore indizio della sua colpevolezza. Vale a dire: nessuno veniva accusato di stregoneria in virtù del fatto che aveva delle cose strane sul corpo; però, se partiva un processo per stregoneria e l’inquirente ti trovava addosso delle cose strane, la tua posizione si aggravava drammaticamente. La posizione si aggravava perché si riteneva che il devil’s mark fosse il simbolo con cui Satana marchiava le sue più fedeli servitrici – un po’ come il bovaro fa con le sue vacche e come il Dio della tradizione cattolica era solito fare con i suoi prediletti, donando le stigmate a una ristrettissima cerchia di santi. Non è casuale che, nel tracciare il parallelismo, io abbia precisato che si tratta di un elemento tipico del cattolicesimo: curiosamente (o forse neanche tanto), è soprattutto nelle regioni a maggioranza protestante che si diffonde la convinzione che le streghe ricevessero da Satana le loro stigmata infernali. L’idea nasce attorno agli anni ’30 del Cinquecento nei territori della Svizzera protestante; da lì, assumendo di volta in volta sfumature leggermente diverse, si diffonde in buona parte d’Europa… senza però riuscir mai a fare presa nelle regioni a maggioranza cattolica.“

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Il Mago di Oz, 1939.


Goya, Il sabba delle streghe.


Drag me to hell, 2009.


Black Sunday, 1960.


Le streghe di Salem, 2012.


Le streghe di Eastwick (1987)


Maleficent, 2014.

 

 

Irene Fassini
Simboli e diritti.
Uno studio sociologico-giuridico sul burqa.

“L’utilizzo del velo da parte della donna per coprire parzialmente o interamente il capo, il volto o parti del corpo è una pratica che comunemente si riconduce all’area dell’Islam. Ragionando in questi termini, sono due gli errori che si commettono. Innanzitutto, il termine velo viene utilizzato in senso generico e indiscriminato per ricomprendere una molteplicità di indumenti che presentano invece proprie specificità e connotazioni. In secondo luogo, la stretta relazione tra velo e Islam si indebolisce se si presta attenzione ai processi di interculturazione e assimilazione reciproca tra i popoli che si sono avvicendati nell’area nota come “culla della civiltà”: il Medio Oriente. Intendo dunque chiarire di seguito questi due aspetti, suscettibili di interpretazioni inesatte: l’aspetto lessicale e l’aspetto storico. Per quanto concerne il primo, tratterò dell’etimologia della parola velo, del significato che le viene più frequentemente attribuito e della sua corrispondenza-non corrispondenza con i più precisi ed appropriati termini arabi e persiani. Riguardo al secondo, tenterò di delineare una storia della sua origine e della sua collocazione spazio-temporale che risale ad un tempo remoto e distante almeno due millenni dalla nascita di Maometto e dalla diffusione dell’Islam.”

Prosegui qui la lettura.

 

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Performance.

 

Threshold – first part.
Body, envelopes.
Selection of images from video.
Performance, 2022.

 

Lorenzo Barberis.
Deconstructing Roccioletti
14 agosto 2015.

 

Cuts.
Body, sewing threads.
Selection of images from video.
Performance, 2022.

 

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Published by

14 risposte a “Il corpo certificato.”

  1. […] Cfr. il corpo senz’organi / laboratorio / certificato. […]

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  2. Grazie per la citazione! In una rassegna di casi peraltro interessantissima 🙂

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    1. Ciao, Lucia. Grazie a te. Il tuo blog è molto interessante, e la tua penna non mi pare affatto spuntata, anzi. Non è comune trovare precisione e capacità di esposizione. Collaboriamo ancora! Presto ti scriverò una mail 🙂 ciao!

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  3. […] / 2008 d.C. – Il corpo disassemblato. / 2009 d.C. – Il corpo condizionale. / 2011 d.C. – Il corpo certificato. / 2018 d.C. – Il corpo epidermico. / 2019 d.C. – Il corpo neurocognitivo. / 2019 d.C. – Il […]

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  5. […] Il corpo certificato. Mar Arabico, 2 maggio 2011. “Come scrive Ferdinando Scianna ne “Lo specchio vuoto”, l’ossessione di identificare il criminale attraverso la fotografia, nata come autodifesa, si è mutata in un’ansia generalizzata a tal punto che nelle società strutturate le persone devono circolare con un documento in tasca, la carta di identità. Alla piccola foto che vi è apposta si attribuisce il ruolo di certificare ciò che di più delicato ci appartiene, la nostra identità. Se un poliziotto ci ferma per un’infrazione, ci chiede la patente o la carta di identità, pretende che siamo noi ad assomigliare alla fotografia più che la fotografia assomigli a noi. Sembra una faccenda di ordine pubblico, ma ha una portata culturale enorme: significa che la nostra società, ad un certo momento della storia, ha deciso di delegare all’immagine e non più alla persona il concetto di identità.” Prosegue qui. […]

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  6. […] Il corpo certificato. Mar Arabico, 2 maggio 2011. “Come scrive Ferdinando Scianna ne “Lo specchio vuoto”, l’ossessione di identificare il criminale attraverso la fotografia, nata come autodifesa, si è mutata in un’ansia generalizzata a tal punto che nelle società strutturate le persone devono circolare con un documento in tasca, la carta di identità. Alla piccola foto che vi è apposta si attribuisce il ruolo di certificare ciò che di più delicato ci appartiene, la nostra identità. Se un poliziotto ci ferma per un’infrazione, ci chiede la patente o la carta di identità, pretende che siamo noi ad assomigliare alla fotografia più che la fotografia assomigli a noi. Sembra una faccenda di ordine pubblico, ma ha una portata culturale enorme: significa che la nostra società, ad un certo momento della storia, ha deciso di delegare all’immagine e non più alla persona il concetto di identità.” Prosegue qui. […]

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