Il corpo laboratorio.

Il corpo laboratorio.

 

Durante il ‘500 vengono costruiti ospedali a pianta a croce, al centro dei quali è posto un altare per ricordare a medici e pazienti che solo dio ha il potere di guarire. Due bracci della struttura sono destinati ai corpi malati di febbri, negli altri due vengono ricoverati pazienti con ferite, vesciche e fratture. Dalla relazione del 1508 di Gian Giacomo Gilino ai deputati dell’Ospedale Grande di Milano apprendiamo che ad occuparsi dei corpi malati ci sono quattro “phisici”, quattro chirurghi, un norcino addetto alla cura del mal della pietra ovvero i calcoli renali – che riceve lo stipendio in base a quanti malati riesce a curare – e due medici che si occupano dei bambini.

 

A disposizione di tutto il personale medico c’è una vasta gamma di utensili, notevolmente affinati grazie alle nuove competenze tecniche dell’epoca: bisturi e rasoi, scalpelli e martelletti, forbici, pinze, seghe, trapani, uncini e cauteri, stecche e bendaggi, congegni con corde e verricelli per le fratture.

Nel ‘600 le concezioni mediche del corpo si dividono in jatrochimica (l’organismo è un laboratorio chimico le cui diverse funzioni sono esplicate dagli spiriti tramite le virtù insite nei singoli organi) e jatromeccanica (il corpo umano è una vera e propria macchina, secondo leggi meccaniche soggette a essere misurate matematicamente).

 

Nel ‘700 le correnti di pensiero principali sono il vitalismo, per il quale alla base della vita c’è una forza vitale primordiale, e il meccanicismo, secondo cui i fenomeni vitali, caratterizzati da materia e movimento, rispondono alle stesse leggi della fisica. I principali orientamenti medici sorti a partire dalla prima metà del secolo e sui quali si fondano vere e proprie scuole di pensiero sono quello animistico di G.E.Stahl, l’orientamento biologico meccanicistico di F.Hoffmann, e l’orientamento vitalistico di J.Brow. Dall’influsso della medicina settecentesca nascono due grandi sistemi medici: il mesmerismo di F.Mesmer e l’omeopatia di C.F.S.Hahnemann.

 

 

A differenza di altre specie animali, per la razza umana il parto è un evento sociale. La partoriente ha bisogno di sostegno, mentre per gli scimpanzé, ad esempio, è un fatto biologico solitario, non solo per ragioni evolutive culturali bensì anche per la conformazione del bacino delle scimmie, e per il fatto che il cucciolo di scimpanzé esce dal canale vaginale con il volto rivolto verso l’alto, cioè verso quello della madre, che può ripulirlo della placenta e aiutarlo a respirare fin da subito. In quanto evento sociale, per l’essere umano il parto ha anche un luogo specifico: dalla casa alla sala operatoria (fino all’ambiente alieno descritto da coloro che affermano di essere stati rapiti dagli alieni e sottoposti ad analisi ed esperimenti) il luogo dove si interviene sui corpi ha subito una progressiva tecnicizzazione, e probabilmente parte della sensazione di disagio e di timore che ci induce deriva dalla percezione di diventare cose, materia meccanica da riparare, alla mercé di forze e saperi troppo elevati perché si possano comprendere.

 

Il parallelo che il primo ricordo di ogni corpo – quello della nascita – assomigli ai racconti delle abductions aliene è particolarmente affascinante: la sensazione di trovarsi in un ambiente freddo (il ventre materno è caldo), luminoso (il ventre materno è buio), in balia di esseri mostruosi (i medici, per un corpo che ancora non sa che esistono altri corpi).

 

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Sala operatoria di un ospedale pubblico.

 


La capsula medico-chirurgica dal film “Alien – Prometheus” di Ridley Scott (2012). interamente gestita da una IA.

 


La camera operatoria aliena in “Bagliori nel buio” di Robert Lieberman, 1993.

 


La sala torture – ma con strumenti chirurgici proveniente dall’ambiente della medicina – in “Brazil” di Terry Gilliam, 1985.

 


La sala operatoria della serie TV “Star Trek”, 1966.

 

Nel film “La corta notte delle bambole di vetro” di Aldo Lado (1971) il protagonista subisce un’autopsia di fronte ad un’aula di studenti, senza essere in realtà deceduto, e non può opporsi perché è in uno stato simile alla paresi corporea, ma cosciente di quanto gli sta accadendo.

 


Nuove tecnologie chirurgiche: schermi, telecamere, braccia e mani meccaniche, cfr. il corpo inscatolato.

 

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F. Gonzalez-Crussì
da “Organi vitali”, 2014.

“Per lunghissimo tempo il corpo umano fu rappresentato come un’entità chiusa, sbalorditiva per lo squisito coordinamento dei gesti e per le mirabili proporzioni esteriori, ma il cui interno era bensì destinato a rimanere inaccessibile: lì risiedeva l’arcano, impenetrabile e manifestamente inconoscibile segreto della vita. Nel corso dei secoli poi, mercé gli sforzi infaticabili di medici e scienziati, il grande mistero venne sceverato in un labirintico insieme animato di dotti, tubazioni, conduttori elettrici, valvole, ampolle, ingranaggi e rotismi, per mezzo dei quali l’organismo congegna di estrarre energia dall’ambiente e di incanalarla ad alimentare una struttura di strabiliante complessità.

L’antropologo contemporaneo David Le Breton ha fatto notare come la fondamentale indivisibilità dell’uomo sia ormai infranta: il soggetto umano non è più concepito come entità incarnata, vale a dire un essere indissolubilmente vincolato a un involucro corporeo per l’intera propria esistenza. Al contrario, ne viene postulato il dualismo in termini di umanità all’opposto di corporalità, corpo da una parte e ed elemento umano dall’altra. […]

In un famoso trapianto, si ebbe come donatore un coloured, il mulatto Clive Haupt, e come ospite un bianco, Philip Blaiberg. Il meccanismo biologico del rigetto non era allora pienamente compreso, e la carenza di mezzi per combatterlo efficacemente costituiva alla fine di quegli anni sessanta la principale causa di morte di gran parte dei trapiantati. Ciò nonostante Blaiberg riuscì a sopravvivere per diciannove mesi. La circostanza fornì ai giornali lo spunto per commenti sarcastici a proposito degli imbarazzanti dilemmi posti da un bianco con il cuore di un nero in un paese dove vigeva la discriminazione razziale. Un articolo, in particolare, sardonicamente concludeva che il signor Haupt era colpevole di infrazione postuma della legge, quella che non prevedeva che i coloured potessero sedersi nello stesso luogo dei bianchi. […]

Non è forse possibile spazzare via come se niente fosse migliaia di anni di allegorie, miti, leggende e metafore profondamente radicate. Si può dunque realmente affermare che il cuore non sia più nucleo e fulcro della persona fisica? Dopotutto lo sentiamo ancora pulsare nel punto che, per la maggior parte di noi, della persona fisica costituisce precisamente la centralità. Realmente crediamo alle nuove definizioni di morte? Nonostante l’importanza della sua accettazione ai fini di una civile convivenza e del progresso della medicina, nel nostro intimo avvertiamo ancora che il momento in cui le fauci dell’Incappucciata ci ghermiranno, per dare inizio all’opera loro di trituramento e polverizzazione, sarà segnato dall’arrestarsi del battito cardiaco. E gli innamorati, cesseranno di donarsi e infrangersi reciprocamente il cuore? Né si può affermare che la scienza declassi l’organo in parola a mera pompa premente, ulteriore congegno meccanico nella disumanizzante concezione dell’uomo come macchina, robot protoplasmico, manichino di carne.”

 

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Altri percorsi paralleli.

 

 


Lo schizzo disegnato nel 1930 da Félix Rey, il medico che curò l’amputazione dell’orecchio di Van Gogh.

 


L’artista Diemut Strebe, dopo aver tentato senza successo di acquisire materiale genetico di Van Gogh, ha ripiegato su una sua discendente, Lieuwe Van Gogh, pronipote del fratello di Vincent, Theo Van Gogh. Ottenuti i campioni genetici, ha usato una stampante 3D per modellare le cellule nella forma del famoso orecchio tagliato. L’organo è attualmente mantenuto in vita in un liquido nutritivo, e si trova in mostra al museo di arte moderna ZKM dove è anche possibile “parlare” con il pittore scomparso: i suoi emesssi dalle voci vengono processati da un software che poi provvede a stimolare in tempo reale gli impulsi nervosi dell’organo, come accadrebbe in un normale corpo umano.

 

Cfr alcuni scienziati hanno inserito nel DNA di lombrichi, tradotte in informazione genetica, alcune poesie. Quando il lombrico trasferisce il suo patrimonio genetico alla prole, l’informazione viene conservata. Il biologico diventa così supporto organico per la conservazione e la trasformazione di informazione aggiunta. Leggi l’articolo su Minima&Moralia, “Musica, poesia e DNA – Il caso Christian Bok”, 2014.

 

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Labirinto nell’arte rupestre dei Camuni.

 


Labirinto pavimentale nella basilica di san Vitale, a Ravenna.

 


Labirinto pavimentale nella cattedrale di Chartres.

 


Sezione di cervello e dettaglio della Cappella Sistina di Michelangelo.

 


Anatomia dell’orecchio interno, con labirinto e chiocciola.

 

Mi ha sempre colpito come, fino ad un certo punto della storia dell’umanità, i labirinti non presentassero scelte: erano semplicemente percorsi tortuosi, circolari, ma senza possibilità di sbagliare e quindi di dover tornare sui propri passi per provare un’altra strada. Da un certo periodo in poi, invece, il labirinto diventa quello che tutte noi oggi conosciamo, a scelta multipla. In questo secondo tipo di labirinto ci si può perdere, nel primo è solo questione di tempo ma prima o poi si arriverà al suo centro. Forse il labirinto di cui parlavano e che raffiguravano gli antichi era quello della circolarità del tempo, dell’eterno ritorno di ogni cosa, dal quale non è possibile fuggire, predestinato. Forse anche la visione anatomica dell’intestino e le circonvoluzioni del cervello contribuirono alla rappresentazione pittorica del concetto di labirinto: dal cervello, dal pensiero, da sé non si esce, è questo il vero labirinto?

 

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Performance.

 

Tempo circolare.
Bomboletta spray, ingranaggi, batterie,
scheda elettronica, cilindro su motore, foglio.
Serie: arte automatica.
Installazione, 2020.

 

Teoria dell’informazione.
Schermo, pennarello, messaggio, busta.
Performance, 2022.

 

Fotografie sonore.
Performance collettiva radiofonica.
Venerdì 13 maggio, dalle 20.00 alle 21.30
su Radio Black Out, 105.25 FM
oppure in streaming.

 

Sinestesia.
Trasformazione di immagini in suoni, e viceversa.
Performance digitale, 2020.

 

Possible outcomes of a meeting.
Collages, 2020.

 

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11 risposte a “Il corpo laboratorio.”

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