Il corpo televisivo.

Il corpo televisivo.
Anni ‘80.

 

In questo capitolo ho deciso di andare solo a memoria, così da stanare quanto immaginario sul corpo il mezzo televisivo mi ha inoculato nel corso degli anni. In ordine sparso e parziale.

 

Il corpo di Mike Bongiorno (anni dopo, la sua salma rubata e poi ritrovata), la mano alzata che saluta in diretta il pubblico in sala e a casa. L’occhio strabico del Tenente Colombo, nei telefilm della sua serie (e il corpo mai visto della moglie, da lui sempre citata ma mai comparsa sullo schermo), e poi alcuni scatti che lo ritraggono nella fontana di un centro commerciale, a causa della demenza senile. Il corpo di Maurizio Costanzo, seduto sullo sgabello. Il corpo mostruoso dei Gremlins, la loro trasformazione. Raffaella Carrà, i suoi abiti luccicanti, il modo che aveva di muoversi sui tacchi. Corrado de “Il pranzo è servito” oppure della “Corrida”, ben prima di programmi come “Ciao Darwin” oppure “X-Factor”. “Non è la RAI” e una giovanissima Ambra Angiolini. Iva Zanicchi di “Ok il prezzo è giusto” .

 

 

“Happy Days”, “La casa nella prateria”, “Wonder Woman”, “Hazard”, “Mork e Mindy”. “Supercar”. “A-Team”, i veterani buoni e dissidenti del Vietnam, che aiutavano persone in difficoltà, durante la loro fuga da una città all’altra degli USA. Il telefilm “Strega per amore”. “L’incredibile Hulk”, “L’uomo bionico”, “Cinque sotto a un tetto”, “I Robinson”, Bill Cosby e le condanne nel 2018 per gli abusi sessuali. “SuperVicky”, la bambina robot, “Il mio amico Arnold”, “Il principe di Bel-Air”, “La tata”…

 


SuperVicky, 1985.

 


1984. Durante una diretta dagli spogliatoi del ProWrestling, nello stesso frame troviamo Andy Warhol, Mr.T dell’A-Team e Hulk Hogan. Warhol, inquadrato per caso e subito agganciato dal presentatore dello show, (non) risponde alle domande: “I just don’t know what to say” e “I’m speechless.”

 

Mi chiedo quante e quali di quelle rappresentazioni di corpi io abbia interiorizzato, inconsapevolmente. Ciascuna di queste serie TV necessiterebbe di parecchie pagine, per raccontare il modo in cui i corpi erano rappresentati, i cliché, i sottotesti: arrivavano dagli Stati Uniti oppure dal Regno Unito, stavamo importando, oppure eravamo colonizzati, da stili di vita, ambienti in cui i corpi si muovevano, relazioni, percezioni del sé, modi di narrarsi e di narrare le altre persone.

 

Le nuove generazioni hanno Youtuber e Tiktokers, influencer e cantanti rap e trap, un altro universo sia di rappresentazione che di medializzazione dei corpi. Ora c’è Netflix, il digitale terrestre, tutto quello che trabocca dagli schermi degli smartphone; da qualche parte un algoritmo profila e propone i corpi che si desidera vedere, il corpo della propria bolla di appartenenza, il corpo su misura in base alle proprie preferenze di ricerca attentamente parcellizzate e studiate. E sono corpi sostanzialmente diversi dai massificati della programmazione televisiva degli anni della mia infanzia, quando da vedere c’erano meno canali, meno serie tv e si ricadeva in un insieme generalista. Semplificando, ma non troppo: ci si adeguava alle categorie proposte, non c’erano categorie cucite addosso all’utente e velocissime nel mutare in base ai gusti (dal basso) e alle esigenze degli investitori della Rete (dall’alto), i nuovi capitalisti vettoriali.

 

Canali YouTube dedicati al trucco e ai consigli di bellezza, allo sport, alla caccia, alla danza, al folklore di paesi lontanissimi, a qualsiasi tipo di corpo. E poi l’universo sterminato del porno, le categorie che ricordano quelle di De Sade nel catalogare con precisione attrici e attori, modalità di amplesso, luoghi, situazioni. Le nuove tecniche di deepfake per adeguare ancora di più questi corpi alle fantasie identitarie proprie o altrui, simulacri totali che non lasciano scarto al desiderato: invece che negoziare con le occasioni pratiche di vederlo realizzato, può coincidere totalmente con il desiderio immaginifico. Se desidero una scena di sesso girata in un cantiere con attori afroamericani, la troverò. Se voglio che uno di loro abbia il volto di una persona che conosco, ci sono software per ottenere quel risultato.

 

App che permettono (sul cellulare, a portata di mano) di animare e far parlare volti di persone esistenti, immaginarie, vive o morte; e app per sovrapporre in tempo reale al mio volto quello di un’altra persona, in modo credibile sia per espressioni facciali che per sincronizzazione dei movimenti delle labbra. Restano nell’ombra i gatekeepers di queste materializzazioni dei sogni, e quale surplus stiano guadagnando dal trattenere il nostro sguardo e il nostro tempo sulle loro piattaforme desideranti.

 

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Testi.

 

Giorgio Fonio.
Da “Apollo e la sua ombra.
Il corpo e la sua raffigurazione.” (2007)

“Le immagini dei media, che statutariamente spingono verso i modelli dell’efficienza, non possono eludere la rappresentazione del decadimento e della morte, stati fisici che vengono spesso raffigurati ricorrendo al reportage. Questo tipo di documentazione visiva copre un ampio ventaglio di tematiche, ma la sua resa maggiore si esplica in situazioni estreme, come i teatri di guerra, o in presenza di eventi drammatici che richiedono delle riprese captate nel cuore degli eventi stessi, nella pienezza del loro svolgersi.

In questi scenari d’azione, il tremendum e il fascinans emergono come i due perni pulsionali attorno ai quali si incentra la figura umana in tutta la drammaticità del suo destino di morte. I protagonisti dei reportage sono spesso i prodotti della violenza bellica: si tratta di corpi dilaniati, ricoperti da nugoli di insetti, dove l’anatomia violata fa sì che l’interno e l’esterno dei corpi oltraggiati convivano senza soluzione di continuità.

In queste immagini che rappresentano la fase estrema della morte violenta, più che in altre circostanze, il corpo umano decomposto marca la sua incommensurabile lontananza dalle armonie apollinee. L’involucro protettivo della pelle ha, tra le sue funzioni, anche il compito estetico di sublimare le forme del corpo fondendole in un insieme congruente e armonico. La visione dell’esterno è confortata dall’ordine anatomico, dalla stilizzazione levigata delle forme che lo riscattano dalla sua animalità.

La visione del suo interno è invece ripugnante perché palesa l’essenza materiale e greve della vita e delle sue funzioni ma, al contempo, è affascinante perché permette l’accesso alla contemplazione dell’interdetto, del fuori scena. Quest’ultima è una visione liberatoria, che evoca nello spettatore meno consapevole un groviglio di sentimenti elementari e paralizzanti, non elaborati dalle istanze superiori della mente.

La raffigurazione mediatica di questi corpi e la loro messa in scena prevede una presentazione basata su un impianto retorico che, in analogia con l’illustrazione documentaria, ha la funzione di agire come antidoto all’osceno. Esso consiste, in questo caso, in un riadattamento contestuale dell’immagine umana, restituita dalla telecamera o dalla macchina fotografica in situazioni di ripresa di difficile praticabilità, che lasciano intuire le circostanze disagevoli in cui l’operatore si è trovato ad agire. L’immagine, per rassicurare circa la sua veridicità, è ottenuta con tagli ipotipotici, cioè in presa diretta con il fiato sul collo dell’evento.”

 

Claudio Giunta, a proposito di “Umberto Eco:
Fenomenologia di Mike Bongiorno.”

“Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adorati: voi siete Dio, restate immoti.”

Prosegui la lettura qui.

 

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Negli anni ‘90 nascono in Giappone, e ben presto vengono esportati ovunque, solitamente e nelle sale giochi, i purikura: simili alle cabine per le fototessere tradizionali, permettevano di elaborare gli scatti modificandoli con programmi di fotoritocco oppure aggiungere elementi alle foto. Ben prima dei selfie con i cellulari, gli scatti così modificati potevano essere stampati e solitamente erano adesivi, così da poter essere incollati a piacimento.

Cfr. il corpo volto, il corpo filmato.

 

 


Un purikura, incollato su una memoro card di una vecchia PlayStation.

 

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Performance.

 

Restituendo l’immagine alla cosa.
Polaroid, fiore, sasso.
Performance, 2022.

 

La gravità della situazione.
Filo a piombo da muratore.
Tempo necessario affinché,
in ogni fotografia, il piombo si fermi
nella sua posizione di equilibrio.
Performance. 2021.

 

3 mesi senza fare nulla.
Sequenza fotografica.
Calco di pistola in cemento.
Performance, 2021.

 

Correspondence.
Vincenzo Bruno ph.
Serie: azioni impossibili.
Performance, 2020.

 

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Enrico Ghezzi.
Conversazione con Umberto Eco (2004).

 

 

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9 risposte a “Il corpo televisivo.”

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