Il corpo donatore.
Il 10 dicembre 2020 viene presentata un’interrogazione con richiesta di risposta scritta al vicepresidente della Commissione dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Sicurezza, come da articolo 138 del regolamento. Oggetto: “Il prelievo forzato di organi in Cina e le sue aberranti implicazioni: il rapporto dell’ong DAFOH.
“Nel maggio 2020 il rapporto dell’ong Doctors Against Forced Organ Harvesting ha denunciato l’espianto forzato di organi come aberrante pratica omicida del regime comunista cinese. In Cina l’espianto forzato di organi dai prigionieri è permesso dal 1984. Da quando, nel 1999, il Partito Comunista Cinese ha iniziato a perseguitare e arrestare i praticanti del Falun Gong, il numero annuo dei trapianti di organi in Cina è aumentato del 300%, e si stimano oltre 60.000 operazioni di trapianto annuee.
Nonostante la Cina affermi di aver interrotto nel 2015 il prelievo forzato, i tassi di donazione sono completamente fuori scala, 200 volte superiori a quelli del Regno Unito e degli Stati Uniti. Considerando la risoluzione del Parlamento Europeo del 12 dicembre 2013 sull’espianto coatto di organi ni Cina, la risoluzione del Congresso degli Stati Uniti del 2016, e preso atto del genocidio freddo che la Cina sta attuando contro i prigionieri di coscienza del Falun Gong come anche del fatto che nel 2019 il Tribunale Indipendente Inglese ha concluso che il prelieveo forzato di organi è stato perpetrato in tutta la Cina e i praticanti del Falun Gong sono stati la principale fonte di approvvigionamento, può il Vicepresidente e Alto Rappresentante rispondere ai seguenti quesiti: 1. Quali azioni promuoverà per porre fine alla brutale persecuzione del Falun Gong e all’aberrante pratica del prelievo forzato di organi da parte della Cina? 2. Conosce casi di organi espiantati in Cina e utilizzati in Europa?”
Un gruppo di dodici avvocati, professori e attivisti dei diritti umani ha scritto una lettera aperta al ministro australiano Malcom Turnbull e al ministro della salute del New South Wales, Brad Hazzard, per chiedere la chiusura della mostra “Real Bodies” di Sidney. Secondo gli attivisti i corpi sarebbero di detenuti cinesi uccisi dopo essere stati condannati a morte, tra cui anche prigionieri politici. VAughan Macefield, professiore di fisiologia alla Western Sidney University, afferma che ci sono forti prove a sostegno dell’idea che i corpi e gli organi provengano da prigionieri uccisi in Cina: in mostra ci sono quasi solo maschi di giovane età. Spiega anche che non è credibile la tesi degli organizzatori della mostra, secondo la quale si tratterebbe di corpi morti in ospedale, mai identificati o reclamati: il processo di plastinazione deve iniziare a 48 ore dalla mrote e gli ospedali cinesi sono tenuti per legge a cosnervare cadaveri non identificati per 30 giorni.

Cfr il corpo epidermico. Michelangelo, san Bartolomeo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina.

Due dei modelli esposti nella mostra Real Bodies a Milano.
Tom Zaller, tra gli organizzatori della mostra Real Bodies, si è difeso dicendo che i cadaveri sono controllati dai minsiteri della salute di tantissimi paesi e ha precisato che il processo di plastinazione consiste nel rimuovere tutti i liquidi, e che non è importante da quanto tempo sia morto il soggetto. Tuttavia nel 2008 gli organizzatori di un’esposizione simile, a cui partecipò Zaller, dopo un’indagine del Congresso degli Stati Uniti furono costretti a precisare sul loro sito di non poter verificare in modo indipendente se i corpi in mostra fossero quelli di detenuti cinesi.
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Altri percorsi.

Una delle teche della Real Bodies dove è esposto un vero sistema nervoso centrale.

Nel film “Spectral” di Nic Mathieui (2016) alcuni scienziati scansionano svariati esseri umani a livello molecolare per usarne i dati con una stampante 3D avanzata, allo scopo di replicarli in forma condensata spettrale ad uso militare, mentre i loro cervelli vengono estratti dai corpi originali per essere inseriti in macchine al fine di controllare i condensati a distanza.
“Watchmen”, fumetto di Alan Moore del 1986 e film di Zack Snyder del 2009. Il personaggio di Jon Osterman, fisico nucleare, a causa di un incidente che ne causa la morte e la rinascita con poteri divini, acquista la capacità di leggere la realtà a livello sub-atomico: vede il mondo come una complessa interazione tra particelle elementari, e le attività umane gli sembrano poco interessanti e prive di senso; potendo vedere il proprio futuro, inoltre, sa che ogni avvenimento – e quindi le azioni di ogni essere vivente, lui compreso – è fissato immutabilmente nel destino, pertanto la consapevolezza che il libero arbitrio non esista non lo abbandona mai. Nelle immagini seguenti, dopo la sua morte, la sua ricomposizione nel mondo reale ripercorre l’anatomia umana, fino alla sua forma finale.





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Da “Corpus n.1”, catalogo della mostra del 2016.
A cura di Amalia De Bernardis e Ivan Fassio.
Andrea Roccioletti
Siamo da tempo post-organici.
Ho un ricordo molto vivido del volto di mio nonno. Credo di aver scoperto l’esistenza del tempo biologico (ma come definirlo) a sei anni, quando vidi su un vecchio album le fotografie di quando era giovane: anche mio nonno – ma non era ancora mio nonno, in quelle fotografie – aveva avuto un’adolescenza, non era sempre stato così come lo avevo conosciuto, aveva avuto un altro corpo.
Oggi, trent’anni dopo, capisco come la lentezza delle trasformazioni organiche renda difficile ponderare il fenomeno dell’impermanenza di ogni identità, la propria come quella altrui; e che anche il riconoscimento di un corpo, e nello specifico di un volto così familiare come quello di mio nonno, sia solo un fotogramma di una pellicola destinata a restare in gran parte sconosciuta, irraggiungibile.
Il volto, dunque il primo elemento di cui si fa esperienza del corpo dell’altro, è una maschera in trasformazione nel tempo, e l’idea che l’identità possa essere così liquida porta con sé pensieri destabilizzanti. Siamo portate a chiederci che cosa ci sia dietro, sotto alla pelle, dove si nasconda il vero nucleo dell’io, la sede imperitura della personalità.
Durante la mia passata permanenza all’estero, lavorando nelle cucine di alcuni ristoranti e sperimentando progetti artistici legati al cibo, spesso ho avuto occasione di maneggiare la carne di quelli che, prima della cessazione delle loro funzioni vitali, erano animali, esseri viventi: con una forma, un aspetto esterno, quello con il quale ciascuno di noi fin da piccolo ha consolidato una familiarità concettuale attraverso gli album delle figurine oppure guardando documentari alla televisione, in qualche caso anche dal vivo, in presenza.
Dissezionando questi ex-esseri-viventi con il coltello, scendendo in profondità strato dopo strato, fino all’ossatura che li sosteneva (all’ultimo grado dell’organico), ho pensato a quanto sappiamo della fisiologia della vita, sia a livello macroscopico che microscopico (quello dei meccanismi neurologici); a quanto sia ancora incerto il reale funzionamento dei processi mentali che attribuiscono l’autocoscienza quella quantità variabile di materia organica (del proprio corpo o di quello altrui), seppur assemblata in modo complesso, pur sempre scomponibile in parti semplici.
Questa scomposizione, la possibilità di alterare la materia organica in forme inedite e non frutto dell’evoluzione naturale (ingegneria genetica, biotecnologie, nanotecnologie), l’estensione delle funzioni tipiche dell’io oltre il confine atavico della pelle (nuove forme di comunicazione, delega a supporti inorganici di parte della propria memoria) mettono in discussione, oggi in modo radicale, la linea di demarcazione tra organico e inorganico, tra persona e cosa, trascinando in questa spirale di trasformazione anche concetti come identità, proprietà, linguaggio, pensiero. Siamo da tempo post-organiche, ma non ce ne siamo ancora accorte.”
Luca Bonfanti
“Quanto la mente è corpo?”
La mente è sempre stata percepita e rappresentata come qualcosa di diverso dal corpo. Forse la spiegazione sta nel fatto che mentre quest’ultimo deve sottostare a precisi limiti fisici e biologici, i pensieri possono spaziare all’infinito, anche creando ciò che non esiste e talvolta convincendo il corpo della sua esistenza. Resta il fatto che, in millenni di storia, spiritualità e religioni hanno ricamato su tutti i prodotti impalpabili della mente, come i pensieri e le emozioni, fino a inventare un’anima che possa sopravvivere alla morte del corpo. Il che ci fa tornare al corpo come limite perché oggetto fisico che invecchia, si ammala e muore.
In parallelo a tutto ciò la scienza, in particolare le neuroscienze, sono avanzate a dismisura negli ultimi decenni, fornendo sempre più prove del fatto che la distinzione tra mente e corpo è in realtà fittizia. E’ ormai chiaro come il cervello sia un organo biologico come tutti gli altri (o non più diverso di quanto lo siano tra loro un rene e il fegato) tra le cui funzioni risiede anche la capacità di generare pensieri ed emozioni. Il cervello, con le sue cellule nervose (neuroni), è un organo; l’attività mentale con gli impulsi elettrici delle stesse cellule è una delle sue funzioni, né più né meno delle capacità sensitive o motorie.
Anche l’antropocentrismo che ci divideva in modo netto da altri animali più o meno simili a noi (primati, delfini) si va assottigliando sempre di più grazie a nuove conoscenze di tipo genetico e cognitivo. Una delle acquisizioni più importanti nel rapporto mente-corpo è come e quanto il secondo sia in grado di condizionare la prima, e viceversa. Tutti sappiamo che stati patologici in una parte del corpo si possono riflettere sull’attività del nostro cervello e sul nostro umore, e anche come siano diffusi i problemi di natura psico-somatica (lo stress lavorativo che induce una colite spastica, per esempio).
Ma ancora: la persona a cui è stato amputato un arto che sente dolore all’estremità mancante, o chi ha perso la sensibilità di un arto, ma il solo fatto di massaggiarlo induce cambiamenti nel suo cervello. Si guarda spesso a tali fenomeni come a qualcosa di magico. In realtà sono solo alcuni esempi che testimoniano quanto il nostro cervello sia continuamente informato (in un dialogo a doppio senso) su quello che succede nel corpo. Ciò è possibile perché i 100 miliardi di neuroni del cervello dialogano continuamente con circa 100 milioni di cellule nervose sparse negli altri organi del corpo. E i pensieri che vengono generati nella nostra testa sono influenzati da quel dialogo. Senza parlare di un altro linguaggio con il corpo parla alla mente: gli ormoni circolanti.
Nonostante il continuo aumento di conoscenze in tal senso, sono ancora molti a pensare a mente e corpo (o mente e cervello) come due entità distinte, rifiutando che possano rappresentare due aspetti complementari dello stesso individuo. Del resto, la scienza rimane sempre più incompresa ai non addetti ai lavori, un po’ per la sua crescente complessità e un po’ perché ci si fida troppo del proprio intuito anche quando si vogliono affrontare argomenti che hanno richiesto secoli di studi con approcci tecnologici che vanno ben oltre il comune senso delle cose (per molti la terra è ancora piatta per il semplice fatto che guardandosi intorno e affidandosi solo ai propri sensi non è affatto intuitivo che possiamo stare nella parte superficiale di una sfera).
Per gli scettici, si può concludere citando gli studi più recenti sulla plasticità cerebrale, ovvero quella capacità del cervello di cambiare la sua struttura e le sue funzioni in risposta ai cambiamenti ambientali (una capacità di adattamento essenziale nell’evoluzione). Sappiamo infatti che alcuni stili di vita (ad esempio l’attività fisica regolare o lo sforzo intellettuale per risolvere nuove situazioni) rispetto ad altri (l’opposto del precedente e lo stress) possono modificare realmente la struttura geneticamente determinata del nostro cervello, aggiungendo o sottraendo contatti tra neuroni, fino alla formazione di nuove cellule nervose. Quindi, le nostre azioni (determinate dai nostri pensieri) vanno a cambiare l’organizzazione fisica del nostro cervello che potrà tradursi in diversi stati psicologici della nostra mente, in un reciproco rapporto di scambio il cui risultato finale si può esprimere con parole molto semplici: benessere o malessere.”
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Cfr. il corpo senz’organi / laboratorio / certificato.
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Performance.
Farsi del bene, farsi del male.
Il 7 settembre 2017, in occasione della performance “Una persona di un certo peso” (prodotta con Michele Di Erre, fotografata da Vincenzo Bruno) azzardavo una risposta collettiva alla domanda di molti: perché ti fai del male? Ieri, dopo la performance “Speranze, attese, pretese” nei commenti e con messaggi personali mi viene posta la stessa domanda. Riprendo dunque l’articolo di 4 anni fa – con l’imbarazzo che sempre provo per qualsiasi cosa io scriva – per vedere quanto di vero, di impreciso o di insincero ci sia in quelle righe (con il senno del poi); non tanto per una risposta comune riveduta e corretta, piuttosto: aggiornamento sullo stato dei lavori, quel work in progress alle volte esausto ma mai esaustivo sul perché delle cose dell’arte, per farla breve.
Another answer
to the question about time.
Sparks, hair dryer, envelopes.
Selection of images from video.
Performance, 2022.
In questo frangente.
Proiettore, orologio.
Serie: disopere.
Performance, 2020.
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