Il corpo catastrofico.
Secondo Domenico Valenza, il perturbante (quello che Sigmund Freud chiamerà unheimlich) impedisce sonni tranquilli alla borghesia dell’Ottocento. Due sono le epifanie di questa inquietudine, ai due estremi del fantastico: il troppo corporeo (il mostro), e l’assenza di corporeo (il fantasma). Il primo è il caso di Dracula, oppure di Frankenstein. Il secondo è quello del sinistro impalpabile, ad esempio Le Horla di Guy de Maupassant: l’invisibilità di questa presenza la rende invincibile. E’ un’ossessione: ci osserva ma non può essere osservata; il nome specifica il suo essere emissaria, dall’esterno, hors là, là fuori: ma il suo messaggio è indecifrabile, e porta alla follia.



Lon Chaney nei panni del Fantasma dell’Opera, di Dracula e del Gobbo di Notre-Dame.
Il troppo corporeo ha trovato in Howard Phillips Lovecraft una delle sue manifestazioni più eclatanti: l’orrore è direttamente proporzionale alla distanza nel tempo o nello spazio di ciò che non è morto – “non è morto ciò che può vivere in eterno, e in strani eoni anche la morte può morire” (da “La città senza nome”, 1921) – e quindi ritorna, materialmente: Quelli-di-prima, i Grandi Antichi, gli abitanti delle tenebre dell’antichissimo oppure delle profondità dello spazio cosmico.
Scrive Andrea Galgano, nel suo saggio “Lovecraft e il terrore cosmico“, in occasione del Seminario di Letteratura Criminalistica tenutosi a Prato, nel 2013:
“La realtà descritta da Lovecraft è una strada distorta e decadente: spesso una casa barocca fatiscente in un agglomerato urbano disgregato, un albergo ai limiti del mondo gestito da una madida matrona, tutto, quindi, viene collocato in un sottofondo di rumori e di fatalistica dannazione (I ratti nei muri). Il realismo visionario, attestato sul cosmic horror, si colloca su una vertigine tragica, ingannevole e meccanicistica, in cui le forze dispiegate all’interno degli scenari abitati dall’uomo permangono nella loro fisicità: Io nutro sempre il più profondo riguardo per l’intelletto puro: sono un assoluto materialista e meccanicista, credo che il cosmo non abbia né scopo né significato, sia un groviglio di cicli alterni di condensazione e dispersione elettronica: una cosa senza principio né direzione permanente né fine, fatta soltanto di forze cieche che agiscono secondo schemi fissi ed eterni, inerenti alla loro essenza.”

“Re-Animator”, tratto dal racconto del 1922 “Herbert West, rianimatore” dello scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft.
Una delle multiple radici del germinare totalitario è la reazione della borghesia a questo diverso troppo corporeo o troppo incorporeo. La letteratura fantastica dell’800 lascia spazio alle distopie del ‘900. Jack London sviluppa l’ipotesi che il fascismo si sviluppi negli USA in “It can’t happen here” (1935), Evgenij Zamjatin in “My” (1922) coglie le contraddizioni del sistema sovietico, gli esseri umani non hanno più nomi bensì numeri, indossano uniformi e l’esistenza è ridotta ad una pianificazione totale. Sarà l’istinto sessuale il bug nel sistema: D503 si innamora di I330 e la loro trasgressione erotica diventa cospirazione contro il sistema. Ferdinand Bordewijk in “Blokken” (1931) racconta di un mondo distopico dove le masse vengono inquadrate in una maniacale forma quadrata, e il cubismo non permette presenza dell’alterità. Corrado Alvaro ne “L’uomo è forte” (1938) ambienta la sua narrazione in un luogo imprecisato, dove l’ingegnere Dale può essere accusato di tradimento ad ogni piè sospinto.

Charlie Chaplin, Tempi moderni (1936)

“Blade Runner”, Ridley Scott (1982)

“V per Vendetta”, James McTeigue (2005)

“Equilibrium”, Kurt Wimmer (2002)
Paranoia
1994, Das Production, Fantascienza, Manuale Base
“Paranoia è un gioco di ruolo pubblicato per la prima volta nel 1984 dalla West End Games. Il gioco è ambientato nel Complesso Alfa, una città immensa e futuristica controllata dal Computer, un’intelligenza artificiale schizofrenica al servizio dei cittadini. Il Computer ha reso la felicità obbligatoria per tutti i cittadini. La mancata felicità (insieme a mille altre cose) è punibile con l’esecuzione sommaria. Il tono del gioco è molto ironico e condito da humour nero. I Giocatori interpretano dei Risolutori, un corpo scelto il cui compito consiste nel trovare i problemi e risolverli. Ai giocatori/risolutori vengono quindi fornite missioni da portare a termine in difesa del complesso Alfa, spesso con obiettivi incomprensibili o incoerenti, equipaggiati con gadget futuristici, sperimentali o difettosi. Ogni personaggio dispone di sei cloni, per cui la morte è un problema meno spinoso che in altri giochi di ruolo e permette ai risolutori di essere uccisi praticamente più volte in una partita.”

Scrive Enrico Ghezzi ne “Il trucco e il corpo” (Filmcritica, 1977):
“Con Chaney si assiste allo spettacolo del corpo che si autocostringe, si amputa, si trascina sul terreno, nel modo oiù verosimile e masochistico. Non è travestimento, nè fregolismo applicato all’orrore e al bizzarro; non ci si traveste da ragno, e la battuta Non schiacciate quel ragno, potrebbe essere Lon Chaney sintetizza bene e peradossalmente la questione. Un cinema nel quale un corpo è senza braccia e poi le riacquista, in cui dei piedi lanciano coltelli, in cui un acrobata diventa uno storpio vendicativo e poi un santo, in cui un uomo nasconde le braccia di giorno per poter (oltre che rubare di notte) desiderare senza che se ne accorga e lo tema la bella che ha paura di essere toccata dagli uomini, in cui una falsa donna-gallina è meno incredibile di un uomo-torso che si accende una sigaretta… Questo meccano è bellissimo, ed è un gioco che fa paura, questo smontarsi rimontarsi del corpo, questa esibizione di ferite nel corpo dei desideri, questa stessa ambiguità dell’irriconoscibile se non nella piaga: paura di non poter essere distinti, di diventare galline o di esserlo già.”
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Altri percorsi.
Emiliano Ventura.
La genetica di William Gibson, 2013.
“Nel Neuromante di William Gibson sembra che l’uomo del futuro da lui immaginato, prendiamo Case il protagonista, indirizzi il suo essere nel mondo, e quindi il suo sentire, verso la cosa. La scena di sesso tra Case e Molly introduce quello che da Benjamin e da Perniola è stato definito il sex-appeal dell’inorganico, la modalità del sentire dela cosa. E’ un mondo in cui l’alto livello di tecnologia e di informatica, cosi come la micro chirurgia, rende l’uomo piủ simile alla cosa che all’essere vivente. Tutte le sue sensazioni sono filtrate o dalla droga, da uno stato di alterazione e quindi di sospensione della soggettività, o dalla neutralità dello schermo e della virtualità; il tutto riconduce sempre al sentire neutro e orizzontale della cosa. Vi è profusa un’aura di totale anti umanesimo, la carne è una prigione che impedisce al cowboy della virtualità di perdersi e di immergersi nell’unica irrealtà che per lui veramente conta, il cyberspazio che nel libro è definito “non-spazio della matrice [..] illimitati abissi di niente”. […]


L’insieme della persona, con l’integrità del proprio organismo, non viene preso in considerazione, anzi il sentirsi esclusi dal mondo dell’interfaccia è una menomazione, vuol dire essere solo corpi, solo carne. La genetica e la tecnologia non hanno creato un mondo migliore né condizioni migliori per l’uomo, al contrario, tutta l’aria che si respira dal testo è di un’umanità degradata e corrotta. Uno dei personaggi, Julius Deane, ha centotrentacingue anni, il suo metabolismo viene costantemente alterato da un’immissione di siero e ormoni, i genetisti di Tokyo rinnovano il suo DNA, ma il suo aspetto è simile alla statua di cera, si approssima alla cosa. La genetica diviene il nuovo elisir di lunga vita.
Un altro personaggio, assolutamente secondario di nome Angelo, viene cosi descritto: “Il suo volto era un semplice innesto cresciuto su collagene e polisaccaridi di squalo, liscio e orrido. Era uno dei lavori di chirurgia selettiva più sgradevoli che Case avesse mai visto”. William Gibson nel suo Neuromante sembra chiedere all’uomo di interrogarsi e di regolare una forma di etica e di bioetica volta a comprendere le possibilità che lo sviluppo genetico-tecnologico impone. Come deve comportarsi l’uomo difronte alla possibilità di auto-progettarsi? Come deve relazionarsi con il mondo della virtualità che finisce di diventare più vero della realtà? Come sente e che percezione ha della realtà l’uomo-cosa progettato nei laboratori futuristici di una Tokyo irreale? Quale etica deve imporsi I’uomo che diviene un ‘funesto demiurgo’ di se stesso?”


Nicoletta Pesaro
Corpo e corpi cinesi.
Concezioni, deformazioni, specularità
in Costellazioni, Numero Nove: Corpo (2020).
“La rappresentazione del corpo seviziato, sacrificato e cannibalizzato è oggetto dell’articolata panoramica offerta da Mariagrazia Costantino sull’arte contemporanea cinese. La potente allegoria del cannibalismo, che si perpetua econsustanzia nella storia antica e recente della Cina, da feroce critica culturale – lanciata da Lu Xun all’inizio del secolo scorso contro la disumanità del sistema tradizionale – riemerge ambiguamente nelle arti visive e narrative di oggi: truci esibizioni di corpi (spesso feti) consumati, mutilati, divorati, in quel gusto per il grottesco e sanguinolento che contraddistingue la poetica di molti autori contemporanei. Tali raffigurazioni e interpretazioni impongono a chi legge / guarda / esperisce l’opera l’etico interrogativo se la disumanizzazione sia nell’oggetto o nel soggetto senziente.
Nei saggi di Elena Valussi e Francesca Tarocco si traccia una storia filosofico-religiosa del corpo cinese, rispettivamente in ambito femminile, monastico e dei letterati tradizionali. La prima esplora la concezione del corpo femminile nelle pratiche di meditazione e sublimazione daoista, facendo emergere la correlazione tra potere, genere e valorizzazione delle differenze fisico-psichiche rispetto al corpo maschile. Non a caso, la potenzialità di questo sapere viene vista come perniciosa dal potere politico cinese in alcune epoche, mentre una riscoperta del qigong, atto ad ascoltare e assecondare la naturalità dei fenomeni corporei femminili, contribuisce sia in Cina sia all’estero a una maggiore consapevolezza delle scelte individuali dela donna.
Anche per Tarocco, potere e (rappresentazione religiosa del) corpo si intrecciano strettamente: l’originale connubio tra
buddhismo e fotografia permise ai monaci e al clero cinese di rivendicare la forza dell’ascesi, e, alla morente dinastia Qing di eternare anche se per poco la propria autorità attraverso la santificazione fotografica del corpo dell’ultima imperatrice Ci Xi, avvicinata e quindi legittimata dalla dea Guanyin. Mai come in questi giorni il corpo umano rivela la sua oscena fragilità e pericolosità diventando di nuovo, drammaticamente, misura e strumento cognitivo del reale, al di là o in virtù del suo rapporto complesso con natura (in questo caso matrigna) e tecnologia (in questo caso salvifica?): l’infuriare di un’epidemia g-local, partita dalla Cina e che ha rapidamente raggiunto l’ltalia e il resto del mondo, ribadisce il concetto che è ancora soprattutto tramite il corpo, anche malato, accudito, recluso, respinto e demonizzato, che l’umanità interagisce, comunica e produce significati. Dal nostro punto di vista occidentale ci costringe a riflettere su vari aspetti della percezione, reale o distorta che dal corpo e dalla sua rappresentazione – con mascherina, steso su una barella, isolato e dissimulato dietro ai pregiudizi – ci perviene della realtà cinese.
Ma, illusoriamente, se il corpo è misura del nostro rapporto col mondo e con la storia, forse è proprio attraverso la condivisione della sofferenza e della vulnerabilità fisica e sociale che dovrebbe passare una condivisa e univoca comprensione del nostro destino, globale e individuale, mentre, di fatto, sembra accadere esattamente il contrario. Già in un coraggioso romanzo del 2003, “Ruyan@sars.come”, Hu Fayun aveva letto nella diffusione di un virus fatale al corpo umano e al corpo socio-economico la metafora nonché concreta espressione della malattia politica che affligge la Cina, dai tempi di Mao ai successivi dirigenti della RPG, comprese frange non minoritarie di intellettuali. Il romanzo ruota intorno a una donna, una normale cittadina che, grazie a Internet, viene a conoscenza della tragica epidemia di SARS (scoppiata tra Hong Kong e la Cina continentale tra il 2002 e il 2003) e di altre gravi malefatte violentemente negate e nascoste dalle autorità. Come allora anche oggi, nell’intervista concessa lo scorso 6 febbraio a The Reporter, Hu Fayun rievoca lo spettro del virus per denunciare le politiche antidemocratiche e l’opacità del sistema mediatico cinese: lo scrittore (originario di Wuhan, prima e più importante città-focolaio del Covid-19) sottolinea che ogni catastrofe compresa l’attuale epidemia ha sempre e soprattutto cause umane.”
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Performance.
Un battito d’ali.
Pinze, piume, corpo.
Performance, 2022.
La ricerca dell’attimo.
Cerini, mano, immagine, tempo.
Performance, 2022.
Find the right words.
Pins, tulip petals, body.
Looking back on “Sentimental action”
by Gina Pane (Milano, 1973).
Selection of images from video.
Performance, 2022.
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