Il corpo tagliato.

Nel 1650 Diego Velasquez dipinge la “Venere allo specchio”. Nel 1906 l’opera viene acquistata dal National Art Collections Fund, con la partecipazione di Re Edoardo VII che contribuisce con 8.000 sterline. Il Times lo celebra come “probabilmente il miglior dipinto di nudo del mondo”, ma allo stesso tempo sembra doverne giustificare l’acquisto e l’esposizione in pubblico in chiave socialmente accettabile: “una meravigliosa figura femminile… né idealizzata né passionale, bensì assolutamente naturale e pura… incarnazione di forza elastica e vitalità, è la perfezione della femminilità colta nel passaggio dal bocciolo al fiore.”

 

 

Mary Richardson entra alla National Gallery alle 10 di mattina del 4 marzo del 1914, nascondendo una mannaia nella manica del soprabito. Vaga innocentemente per il museo per circa due ore, improvvisando sul suo taccuino schizzi a matita dei dipinti esposti. E’ un’ex studentessa d’arte, conosce molto bene il museo, e medita da tempo di colpire la “Venere allo specchio” di Velasquez; ha precedentemente parlato con la leader delle suffragiste inglesi, Christabel Pankhurst, del suo intento.

 

 

Già in precedenza altre azioni delle suffragiste avevano avuto come obbiettivo le opere d’arte: alcune di loro erano state arrestate e incarcerate per aver rotto i vetri di protezione di quattordici dipinti esposti alla Manchester Art Gallery; il livello di allarme nei musei di tutto il paese si era alzato. A guardia della Venere ci sono due agenti. Mary Richardson attende mezzogiorno, quando uno degli agenti si allontana per il pranzo, mentre l’altro inizia a leggere un giornale. In un’intervista registrata nel 1959 per la BBC, due anni prima della sua morte, la Richardson dichiara: “Il primo colpo che ho sferrato ha rotto solo il vetro di protezione. La guardia, invece che saltarmi addosso e fermarmi, cosa che avrebbe potuto fare abbastanza facilmente, ha pensato che i vetri rotti avessero a che fare con una delle finestre in alto, e ha iniziato a camminare in cerchio cercando di capire quale fosse andata in pezzi. Questo mi ha dato il tempo di dare alla tela cinque meravigliosi colpi…”

 

 

Poco dopo Mary Richardson viene accompagnata, senza che opponga resistenza, in una camera di sicurezza. Il giorno dell’attentato, Mary Richardson è solo provvisoriamente una donna libera: per lei vige il “Cat and Mouse Act” del 1913, che prevede la scarcerazione temporanea di chi versa in cattive condizioni fisiche: recuperata la salute, le detenute e i detenuti devono rientrare in carcere per terminare di scontare la pena. Pur di uscire dal carcere e proseguire la lotta, le suffragiste si sottoponevano a scioperi della fame durissimi, spesso interrotti dalle autorità con l’alimentazione forzata tramite tubi gastrici. Mary Richardson viene portata alla stazione di polizia di Bow Street, dove viene accusata di aver intenzionalmente danneggiato la “Venere allo Specchio”, per un danno di 40.000 sterline. La National Gallery resta chiusa al pubblico per due settimane, e gli amministatori della galleria iniziano a prendere molto più seriamente la tutela delle opere.

 

Tra le cause dell’attentato all’opera di Velasquez, oltre che il precedente arresto di Emmeline Pankhurst (fondatrice del WSPU, sempre scortata da 25 suffragiste addestrate nel Jujitsu, e ideatrice di metodi di guerriglia per le sue attività politiche, la più eclatante il filo spinato nascosto nelle ghirlande di fiori per proteggere i palchi delle assemblee pubbliche), c’è il collegamento diretto con uno degli amministratori del museo, Lord Curzon, vicerè delle Indie e presidente della Anti-Suffrage League, che al suo ritorno in Inghilterra aveva condotto una campagna misogina contro il suffragio femminile. La stampa, nel frattempo, invoca leggi speciali per i reati commessi dalle suffragiste, considerati di natura diversa e molto più grave rispetto a quella dei criminali comuni.

 

Mary Richardson viene condannata a sei mesi di carcere per i danni causati. Nelle sue memorie, “Laugh and Defiance”, descrive la scena del verdetto: il giudice è quasi in lacrime, per non poterla condannare ad una pena maggiore. In carcere, Mary inizia un nuovo sciopero della fame, e dopo poche settimane viene nuovamente liberata.

 

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Altri interventi non autorizzati sulle opere d’arte, antecedenti a quelli di Ultima Generazione.

 

1911:  un cuoco di una nave, perso il lavoro, decide di vendicarsi colpendo con un coltello “La Ronda di notte” di Rembrandt, conservata al Rijksmuseum di Amsterdam, scalfendo la vernice ma senza riuscire a tagliare la tela. Nel 1915 la stessa opera viene tagliata con un coltello da un calzolaio disoccupato. Nel 1975 viene sfregiata con 13 tagli verticali. Nel 1990 imbrattata di acido solforico.


1975.


1990.

 

1972: Laszlo Toth prende a martellate la Pietà di Michelangelo, gridando “I am Jesus Christ, risen from the death”.

Toth della santità all’incontrario, in visita alla dispersione: senza fine i nomi si sprecano per dirlo. Siamo in sostanza di colpo su colpo: corriamo, scorriamo contro la bassa marea della storia. Dove avrai reciso, qualcuno odorerà un fiore, ma aspetterà a battezzarlo.” Giorgiomaria Cornelio, su Nazione Indiana, 25 maggio 2019.

 

1974: Tony Shafrazi scrive sulla Guernica di Picasso, esposta a New York, le parole “Kill lies all”, per protestare contro il rilascio di un sottufficiale americano che aveva preso parte alla strage di My Lai.

 

1978: un uomo prende di mira la “Danza attorno al Vitello d’Oro” di Nicola Poussin, squarciando il dipinto con numerose coltellate.

 

1985: Bronius Maigys lancia acido solforico e poi taglia con il coltello la “Danae” di Rembrandt, inneggiando all’indipendenza della Lituania. La Russia si occupa velocemente del restauro dell’opera e rinchiude Bronius in manicomio.

 

1991: Pietro Cannata scheggia a martellate tre dita del piede del David di Michelangelo. In seguito vandalizza “L’Adorazione dei pastori” di Michele Di Raffaello delle Colombaie (Prato), i “Sentieri ondulati” di Pollock (Roma) e imbratta di spray la tomba di Girolamo Savonarola. Il collettivo Luther Blissett, in una lettera a Repubblica, rivendica l’artisticità del gesto di Cannata, come reazione ad una deformata concezione dell’opera d’arte come oggetto relazionale: l’arte deve essere qualcosa che si può toccare e manipolare, per impedirle di appassire dietro una teca di vetro. Pietro Cannata, davanti al giudice monocratico del tribunale di Firenze, afferma di aver disegnato una croce sulla targa della tomba di Savonarola perché “c’è una frase senza senso”.

 

1997: Alexander Brener imbratta il “Suprematisme” di Kazimir Malevich con il simbolo del dollaro. “Con il coraggio geniale della banalità il $ dipinto da Brener (preso certamente quale rappresentante generico del denaro) mette immediatamente in mostra l’impresentabile volto della musa più sottile ed eminente di un’arte che per lo più si è ritirata dal mondo per mettersi al sicuro nel gioco indefinito e indefinibile del decorativismo soddisfatto e satollo.” (Arteideologia, 1997). “Brener manifesta contro il potere dei soldi nel mondo dell’arte, il che è giusto. Egli resiste contro il potere del commercio, che corrompe l’arte” (L’avvocato della difesa di Brener, riportato in Flash Art, n.203 – maggio 1997).

 

2007: Graziano Cecchini tinge l’acqua della Fontana di Trevi di rosso. Un anno dopo fa rotolare 500 palline colorate in piazza di Spagna.

 

2012: Andrew Shannon sferra un pugno e sfonda la tela de “L’Argenteuil Basin with a Single Sailboat” di Monet.

 

2014: Vladimir Umanets etichetta il “Black on Maroon” di Mark Rotcho come opera del “giallismo”, e sigla l’opera con della vernice nera. Il “giallismo” è una filosofia secondo la quale, anziché affrontare un processo creativo, si scelgono opere già esistenti, si firmano e si includono in una cerchia di opere destinate a celebrare il colore. “Some people think I’m crazy or a vandal, but my intention was not to destroy or decrease the value, or to go crazy. I am not a vandal. I don’t need to be famous, I don’t want money, I don’t want fame, I’m not seeking seeking attention. I am a Yellowist. I believe what I am doing and I want people to start talking about this. It was like a platform. Maybe I would like to point people’s attention on what it’s all about – what is Yellowism? What is art?” (da Art Damaged).

 

2016: Aleksandr Petrunko versa una bottiglia piena di urina su alcuni scatti di Jock Struges, a Mosca.

 

20 maggio 2017: la Sirenetta di Edvard Eriksen, a Copenaghen, viene verniciata di rosso. Un messaggio davanti alla scultura recita: “Danimarca, difendi le balene delle Isole Faroe”. In precedenza la Sirenetta era già stata presa di mira da atti di protesta: due volte le è stata rubata la testa, e una volta amputate le braccia.

 

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“La scultura monumentale realizzata da Anish Kapoor per Versailles, intitolata “Dirty Corner”, è stata ripetutamente vandalizzata. L’atto che avrebbe riguardato l’opera esposta la scorsa estate […] non sarebbe per l’artista britannico opera di qualche scapestrato bad boy francese. Bensì un’azione interna. L’opera ribattezzata per la sua forma oblunga la vagina della regina, nonostante le resistenze dello stesso Kapoor, è stata dipinta internamente con della vernice gialla il 17 giugno 2016 da vandali anonimi. Successivamente è stata nuovamente danneggiata con graffiti antisemiti.”

“Profondamente turbato dagli avvenimenti, Kapoor avrebbe rilasciato dunque una intervista al South China Morning Post dichiarando di aver speso una enorme quantità di denaro per ripristinare lo stato primigenio dell’opera, ripulendola dalla pittura gialla. Infine avrebbe tirato una stoccata: I believe the vandalism was an inside job. Sarebbero dunque degli interni del museo, che da pochi anni si è aperto all’arte contemporanea ospitando opere monumentali di artisti illustri, i responsabili. Lo staff si è riservato di non commentare le insinuazioni dell’artista, che ha origini ebree da parte di madre e che quindi si è sentito toccato nel vivo di fronte a frasi così forti come quelle riportate sul suo lavoro. E che avrebbe infine preso una durissima decisione: quella di non ripulire nuovamente l’opera anche dai graffiti per mostrare l’orrore dell’intolleranza e come questa si stia sviluppando anche in un Paese come la Francia.”

“Nonostante tutto, il Tribunale di Versailles ha deciso di ostacolare la decisione di Kapoor, difendendo il buon nome della Patria, e ha ordinato il 21 settembre la rimozione dei graffiti, coperti poi dall’artista con vernice dorata. La risposta stenta invece ad arrivare sulle accuse lanciate dall’artista e alle denunce successivamente esposte.”

(da ArtTribune, 2016)

 

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Altri percorsi

 

 


Antonello da Messina, “Ritratto d’uomo”, 1476


Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1965.

 

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Il distruttore di opere d’arte (2016).

 

Riporto questo breve dialogo-intervista che ho avuto circa due settimane fa. La persona intervistata ha voluto mantenere l’anonimato. Ringrazio Michele Di Erre per avermi aiutato nella traduzione dal francese.

Andrea: Inizierei questo nostro dialogo ringraziandoti per la disponibilità. So che non ami essere intervistato, e che vuoi mantenere l’anonimato…

X: Anonimato assoluto, grazie. Questo è molto importante. Il perché credo che si capirà nel corso della nostra chiacchierata. E comunque non mi interessa che compaia il mio nome. Non ne vedo il motivo. Devo confessarti che non sono ancora del tutto convinto di voler fare questa cosa. Non ne vedo l’utilità. Non ho mai rilasciato interviste, e mai lo farò. Ma proviamo, e vediamo che cosa ne viene fuori.

A: La questione centrale del nostro dialogo è questa: tu sei un distruttore di opere d’arte contemporanea.

X: E’ una definizione piuttosto riduttiva. Io sono un collezionista. Come ogni altro collezionista, compro opere d’arte contemporanea. Tra me e gli altri collezionisti c’è solo una differenza. Io le tengo un po’ di tempo con me, e poi le distruggo. Alcune sopravvivono per molto tempo, altre invece solo pochi giorni. Una in particolare che ho acquistato una settimana fa [l’intervista è datata 10 luglio 2016, ndr] non esiste già più.

A: Questa cosa mi ha colpito moltissimo. La domanda d’obbligo è: perché distruggi le opere d’arte che acquisti?

X: Perché sono mie. Le ho acquistate, e ne faccio quello che voglio. Voglio dire, ogni collezionista fa quel che vuole delle opere d’arte che ha acquistato. Chi le conserva, chi le dimentica in cantina, chi prova a rivenderle per recuperare parte dei soldi spesi. Io le distruggo.

A: Come puoi immaginare, la cosa è piuttosto insolita…

X: Non capisco che cosa tu voglia dire. Insolita in che senso?

A: Normalmente, chi acquista un’opera lo fa perché la vuole per sé… forse la tua è una provocazione.

X: Sarebbe una provocazione se lo andassi a dire in giro. No, no. Non è questo il punto. Il sistema dell’arte contemporanea si basa su tutta una serie di capisaldi. Dici “normalmente”. Beh, a me il “normalmente” non interessa. Quando un artista vende la sua opera, implicitamente pensa che chi l’ha acquistata ne avrà cura. C’è questa idea che l’opera sopravviva. Che in cambio di denaro io sia obbligato a prendermi la briga di salvaguardare un’opera per sempre. Questo va al di là di qualsiasi prezzo si possa pagare. E’ una questione di… onestà, di senso della realtà. Se tu artista sei disposto a vendermi la tua opera, sappi che non è più tua. E’ mia. Ed io ne faccio quello che voglio. E comunque la premessa che un’opera duri per sempre è falsa. Hai idea di quanta arte venga prodotta, e cada nel dimenticatoio?

A: Questo è chiaro. Ma continuo a non comprendere perché distruggere un’opera d’arte.

X: Come per ogni cosa, ci sono tutta una serie di ragioni. Alcune opere sono orrende, e vanno distrutte. Non si può tollerare che al mondo esista qualcosa di orribile. Bisogna avere la responsabilità di fare cose belle. Qualcuno quindi deve prendersi il compito impopolare di ripulire il mondo di tutta la robaccia che non aggiunge niente alla storia dell’arte. Capisco che possa sembrare un compito poco simpatico.

A: L’obiezione che qualcuno potrebbe muoverti è: chi sei tu per decidere se un’opera d’arte vada distrutta o meno?

X: Sono quello che ha rinunciato a soldi buoni per un’opera che magari non lo è. L’ho pagata, ti ripeto. Se io sono disposto a rinunciare al mio denaro per questo compito, non vedo dove sia il problema. Semplicemente, io accelero i tempi. Un’opera di scarso valore artistico comunque verrebbe… giustiziata dal tempo. E poi… va bene, è anche una questione personale. Sicuramente nel mio gesto c’è qualcosa che va al di là di ragioni puramente estetiche. Ma questa non è una seduta psichiatrica.

A: Una nostra conoscenza comune ti ha presentato a me come un performer, più che come un collezionista. Cioè, il tuo distruggere le opere d’arte che acquisti può essere considerata un’azione artistica?

X: Sì, so che gira tra pochi intimi questa idea che io in qualche modo faccia dell’arte distruggendo dell’arte. E’ divertente, come cosa. Però non documento il processo, e non cerco pubblico. Sicuramente distruggere opere d’arte richiede tutta una serie di competenze. Le tele sono facili da eliminare, anche le fotografie. Le sculture, alle volte, danno più problemi. Ho uno spazio dove distruggo le opere. Faccio in modo che non ne resti traccia. La materia di cui sono fatte viene sminuzzata, bruciata, sciolta con acidi. Come dicevo prima, accelero il corso del tempo. Negli anni ho imparato tutta una serie di tecniche per fare in modo di non produrre alcuno scarto, se non un po’ di polvere che provvedo personalmente a disperdere.

A: Da quanto tempo distruggi arte contemporanea?

X: Da dodici anni. Mio padre era un artista, e un collezionista. Ho distrutto anche alcune delle opere che ha comprato lui. Quindi da dodici anni distruggo opere d’arte acquistate da me, ma alcune le ho avute in eredità. Erano brutte. Mio padre aveva un ottimo senso estetico, credo che le avesse acquistate per fare un favore a qualche amico artista. Che ha continuato a produrre arte pessima… non è stata dunque una buona idea, quella di mio padre.

A: E che cosa dicono gli artisti di quello che fai? Come reagiscono quando scoprono che hai distrutto le loro opere?

X: Non lo sanno. Cerco fin dall’inizio di non stringere rapporti troppo stretti con gli artisti delle opere che acquisto. Mi limito a comprare l’opera. Loro spesso cercano di mantenere buoni rapporti. Forse sperano che compri altre loro opere d’arte. D’altro canto, non mi è mai capitato che un artista mi chiedesse di rivedere un’opera che mi ha venduto. In italiano si dice “occhio non vede, cuore non duole”, giusto?

A: Ti ringrazio per aver risposto alle mie domande. Aspetto il tuo consenso per pubblicare questo nostro dialogo.

X: Non mi interessa che la gente sappia quello che faccio. Però la cosa è divertente. Penso che ogni artista, alla prossima mostra, quando si troverà di fronte ad un collezionista che non conosce ma che vorrebbe acquistare una sua opera, si chiederà se sono io e che fine farà il suo capolavoro.

 

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Performance.

 

Cuts.
Body, sewing threads.
Selection of images from video.
Performance, 2022.

 

Discorsi da ascensore.
30 tentativi.
Coltello, corpo, gravità, equilibrio.
Performance, 2022.

 

Speranze, aspettative, pretese.
Coltelli, funi, corpo.
Selezione di immagini da video.
Performance, 2021.

 

Nomi propri.
Sulla distanza.
Corpo, coltello.
Selezione di immagini da video.
Performance, 2022.

 

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10 risposte a “Il corpo tagliato.”

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  10. […] aprì dissezionò scompose centinaia corpi: strato dopo strato, fino al grado zero dell’organico, aprì la pelle come un sipario su una rappresentazione teatral-interiora mai vista prima dal pubblico pagante, rese tras-parenti […]

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